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Alla
sezione longobarda e altomedievale dei Musei Civici si correla la
Cripta di Sant’Eusebio. Protetta da una moderna pensilina accanto
all’Università e alle antiche torri, è quanto resta di una basilica
di fondazione probabilmente di età ostrogota.
Ricordata da Paolo Diacono nella Historia Longobardorum come
cattedrale ariana al tempo di re Rotari, si trova all’interno
dell’antica faramannia di Pavia, luogo di primo insediamento
longobardo, situato in prossimità dell’area del palazzo regio di
Teodorico e poi dei re Longobardi.
Dopo la conversione al cattolicesimo dell’ultimo vescovo ariano
Anastasio, fu intitolata a Sant’Eusebio, vescovo di Vercelli,
persecutore dell’eresia ariana.
L’edificio subì una prima sostanziale trasformazione nella prima
metà dell’XI secolo, epoca a cui risalirebbe la cripta ancora oggi
visitabile.
Sconsacrata nell’Ottocento, fu definitivamente abbattuta nel 1923
per consentire l’erezione del Palazzo delle Poste: se ne conservò
solo la cripta, che rimase tuttavia interrata fino al 1967-68,
quando fu riportata alla luce, restaurata e dotata della tettoia che
attualmente la protegge.
La cripta è a oratorio, con un unico vano suddiviso in cinque
navatelle coperte da volte a crociera e costolonate.
I sostegni sono costituiti da esili colonne con capitelli di tipolo gie
differenti. Questi ultimi rappresentano la maggiore attrazione della
cripta: decorati da triangoli e foglie lanceolate lavorate a incavo,
assolutamente lontani dal repertorio di capitelli derivati da
modelli classici, sono riconosciuti dalla critica come capitelli di
reimpiego, forse già in opera nell’antica cattedrale ariana.
Di particolare interesse
sono anche gli affreschi, databili attorno alla metà del XII secolo,
visibili sulle vele delle volte e probabilmente in origine estesi su
tutta la copertura. Di stile bizantineggiante, rappresentano santi
ed evangelisti e una Madonna con bambino, di cui si scorgono
frammenti sulla parete di fondo. |
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Il
patrimonio del Museo Archeologico è solo in pochi casi frutto di
scavi sistematici: i pezzi esposti sono per lo più provenienti da
rinvenimenti fortuiti durante lavori edilizi o agrari.
La prima sala è dedicata all’antico territorio della Pavia romana,
che comprendeva il Pavese, la Lomellina, ma non l’Oltrepò,
appartenente allora a Piacenza. Di grande interesse è la
ricostruzione dell’area sepolcrale di Casteggio: due tombe a
cremazione in mattoni e un cippo sepolcrale, che testimoniano
l’appartenenza di Clastidium al territorio di Piacenza.
La sala II ospita la collezione egizia donata dal Marchese Malaspina
di Sannazzaro, padre fondatore del museo pavese, comprendente circa
150 oggetti tra papiri, vasi canopi, amuleti e bronzetti. Qui sono
esposti anche i vetri di età romana, di cui il Museo vanta la
raccolta più importante per il nord Italia e tra i quali si segnala
il kantharos in vetro blu scuro proveniente da Frascarolo. Nella
stessa sala è esposta una pregevole testa femminile in marmo greco
raffigurante forse Artemide, opera romana di età traiano-adrianea.
Gli ambienti seguenti (sale III - IV) raccolgono testimonianze
locali: insieme a manufatti di ceramica comune sono esposte
ceramiche fini da mensa, vetri romani e importanti reperti
architettonici e scultorei dell’antica Ticinum romana, tra cui la
famosa statua di togato nota con il nome di Muto dall’accia al
collo, risalente al I - II secolo d.C.
Al Museo Archeologico segue la Sala Longobarda che espone argenti
paleocristiani, oreficerie tardoromane (magnifici esemplari di
fibule a staffa) e i reperti longobardi, che testimoniano lo
splendore raggiunto da Pavia capitale di Regno. Tra i pezzi si
segnalano la lastra tombale del nobile
di
stirpe romana Senatore, tra le migliori testimonianze scultoree
dell’VIII secolo, e le oreficerie, rappresentate da collane in pasta
vitrea, orecchini in oro e argento, crocette in lamine d’oro.
Eccezionali, infine, la sella plicatilis, sedia pieghevole di arte
carolingia o ottoniana, esemplare raro per la complessità tecnica e
il raffinato decoro, e i due plutei del VII secolo raffiguranti
l’albero della vita tra draghi alati e un calice affiancato da
pavoni, riconosciuti come arredi presbiteriali della chiesa di S.
Maria Teodote, che ben documentano la rinascita artistica al tempo
del re longobardo Liutprando (711-774 d.C.). |
Il
piano nobile delle ali est e sud del Castello Visconteo è
interamente occupato dalla Pinacoteca Malaspina e dalla Pinacoteca
del Seicento e Settecento, con una selezione di dipinti, italiani e
d’Oltralpe, dal XIII al XVIII secolo.
L’intitolazione della Pinacoteca Malaspina rende omaggio a Luigi
Malaspina di Sannazzaro (1754-1835), nobile collezionista pavese,
cui si deve la fondazione del primo museo di Pavia: lo Stabilimento
di Belle Arti, con sede in Piazza Petrarca, già ideato, per il
prezioso nucleo di stampe e disegni, con intento prevalentemente
didattico.
Le opere sono ordinate per scuola pittorica di appartenenza: quelle
regionali italiane e quelle straniere. Il percorso ha inizio con la
scuola veneta, rappresentata da capolavori di Giambono, Giovanni
Bellini, Cima da Conegliano: si segnala l’intenso Ritratto d’uomo
attribuito ad Antonello da Messina. Ben rappresentate anche la
pittura toscana e quella emiliana, che annovera una deliziosa Sacra
Famiglia di Correggio e un’opera giovanile del Garofalo.
A testimoniare la scuola d’Oltralpe sono capolavori come la Madonna
con il bambino di Hugo van der Goes e il ritratto di Re Francesco I
di Jean Clouet.
Il nucleo più cospicuo è tuttavia costituito da opere lombarde, tra
cui la famosa Pala Bottigella di Vincenzo Foppa, maestro della
pittura rinascimentale lombarda, e la stupenda tavola Cristo
portacroce e i dieci certosini eseguita da Ambrogio da Fossano (il
Bergognone) per la Certosa di Pavia: la facciata della Certosa sullo
sfondo dell’opera è di notevole interesse per lo studio delle fasi
costruttive del monumento. La sala della torre, che segue, ospita il
modello ligneo del Duomo di Pavia, uno dei più grandiosi modelli
lignei rinascimentali ancora conservati, realizzato da Giovan Pietro
Fugazza a partire dal 1497.
La Pinacoteca del Seicento e Settecento accoglie opere provenienti
per lo più dal legato Malaspina e dalle raccolte di Alessandro
Brambilla e di Giuseppe Radlinski. Aprono l’esposizione alcune tele
in deposito dalla Pinacoteca di Brera, come la Presentazione al
Tempio di Camillo Procaccini e la Santa Marta con il drago di Carlo
Francesco Nuvolone. Seguono esempi di pittura del Seicento di varia
provenienza, tra cui opere della cerchia di Daniele Crespi,
Francesco Cairo, Nuvolone e nature morte attribuite a Van Kassel e
Hupin. Testimonianza del collezionismo pavese di età illuministica
sono, invece, due magnifici bozzetti a monocromo di Alessandro
Magnasco (1666-1740), il Soldato morente confortato da un frate e il
Seppellimento di un frate. Opere di rilevanza fondamentale sono
infine L’autoritratto e la Testa di orientale di Giandomenico
Tiepolo (1727-1804) e le due tele di Pietro Antonio Magatti,
provenienti da chiese pavesi. |